18 febbraio 2026

Il grande attore premio Oscar aveva 95 anni. Ha definito lo stile di recitazione di una generazione
Robert Duvall, morto domenica 15 febbraio all’età di 95 anni, è stato uno dei volti forti del grande cinema americano anni '70, quello che combatteva per ideali sbagliati, spesso scegliendo personaggi sgradevoli, ossessivi, militari, gangster, il volto nascosto di un’America impegnata a combattere spesso per cause altrettanto sbagliate.
È stato davanti e dietro la macchina da presa, è stato sceneggiatore, musicista (si è scritto le canzoni per Un tenero ringraziamento storia della crisi di un cantante country alcolizzato per cui ha vinto l’Oscar), produttore e, per quattro volte, marito ma sempre senza figli.
Per molti anni è stato un grande attore, mai un divo, grazie alla complicità di Francis Ford Coppola che, fin da Non torno a casa stasera, il suo film più intimista, storia esistenziale on the road, gli ha costruito su misura apparizioni diabolicamente indimenticabili.
Ma anche per la costanza con cui ha seguito le direttive di una carriera che ha rappresentato la violenza del potere, il diktat del maschio tra vecchie e nuove nevrosi: Duvall era spesso un leader.
Nato a San Diego, California, il 5 gennaio 1931, figlio di un ammiraglio - fra i suoi antenati c’è il famoso generale Lee della guerra di secessione – fa il soldato in Corea e coltiva un curriculum teatrale di tutto rispetto.
Frequenta i corsi della Playhouse School of Theatre di New York, ha come compagni di classe Dustin Hoffman, Gene Hackman, James Caan, che avrà talvolta partner.
È protagonista di una edizione off Broadway di Uno sguardo dal ponte di Miller, poi tanti best seller: Picnic, il Crogiuolo, una riduzione di M, Bus Stop, ma è anche Stanley Kovalski in Un tram che si chiama desiderio, fino ad American Buffalo di Mamet.
Oltre al lavoro seriale in tv debutta al cinema col film cult civile Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan con Gregory Peck, nel ruolo di Boo, un malato di mente; poi è il disilluso maggiore Burns di Mash di Robert Altman e il protagonista dell’Uomo che fuggì dal futuro, il fanta esordio di George Lucas.
Ma il grande successo arriva col Padrino, primo e secondo, dove è Tom Hagen, figlio adottivo e consigliere mafioso di don Vito Corleone, quel Marlon Brando con cui aveva solo 7 anni di differenza.
Con la saga dal libro di Puzo, la carriera decolla, il volto è conosciuto, spesso s’identifica col Male.
In Betsy sull’industria automobilistica, combatte contro il nonno Laurence Olivier, in Quinto potere di Sidney Lumet è il manager tv che per primo sfrutta la follia di Peter Finch e poi ne prepara l’assassinio, nella Conversazione, sempre di Coppola, è il direttore di un’agenzia che assume Hackman per spiare una coppia, nella Notte dell’aquila è l’ufficiale tedesco che organizza il rapimento di Churchill, in Killer élite di Sam Peckinpah uccide un cliente e poi spara all’amico Caan, in Joe Kidd è un proprietario terriero che assolda Clint Eastwood contro i messicani.
Di tutto e di più, ogni ossessione è ammessa. Affronta anche i generi classici che stavano mutando pelle: nella Banda di Jesse James dà un altro umore al famoso eroe, mentre in L'uomo che fuggì dal futuro (THX – 1138) si ribella contro la vita dominata dal computer, anticipando la lotta all’AI, mentre in Sherlock Holmes soluzione al 7% complotta per attirare il detective a Vienna da Freud e guarirlo dalla tossicodipendenza.
Se nel Grande Santini Duvall è candidato all’Oscar nel '79 come un colonnello che impone anche a casa la propria disciplina militare in epoca già di cortei e lotta anti Vietnam, sarà con Apocalypse Now, altro grande Coppola sulla disastrosa guerra, che Duvall offre una memorabile partecipazione come il razzista colonnello William Kilgore che parla dell’odore del napalm inneggiando alla vittoria. Un terribile biglietto da visita che resterà.
La sua è una carriera lunghissima, lo troviamo in Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher, Colors - Colori di guerra di Dennis Hopper, come detective con De Niro in L’assoluzione, con Tom Cruise in Giorni di tuono e nell’83 debutta nella regìa con Angelo amore mio, viaggio nell’America dei gitani.
E continua anche il lavoro in tv, vedi la serie «Ike». E nel 92 gira La peste, da Albert Camus, diretto da Luis Puenzo, mentre nel 2014 è co-protagonista con Robert Downey in The Judge che gli vale la settima candidatura agli Oscar.
Politicamente ha sempre sostenuto i repubblicani, ma poi ha rivelato di sentirsi indipendente perché il partito era diventato un pasticcio.
La scomparsa del divo è stata annunciata su Facebook dalla moglie, Luciana Pedraza Duvall, conosciuta sul set del film «Terra di confine - Open Range
Fonte Cinema e serie TV
Fonte Foto Los Angeles Dayil News
17 febbraio 2026
17 febbraio 2026

Robert Duvall, attore statunitense tra i più stimati e importanti degli anni Settanta, famoso soprattutto per i suoi ruoli nel Padrino e in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, è morto lunedì a 95 anni. In quasi sessant’anni di carriera ebbe molti ruoli secondari in film che hanno fatto la storia del cinema, distinguendosi per la capacità di interpretare le sue parti con un’immedesimazione profonda e fuori dal comune.
Duvall fu anche il dirigente Frank Hackett in Quinto potere di Sidney Lumet e il sergente Martin Prendergast in Un giorno di ordinaria follia, di Joel Schumacher. Nei panni del colonnello William “Bill” Kilgore pronunciò la celebre battuta «mi piace l’odore del napalm la mattina», la più famosa di Apocalypse Now, e interpretando Tom Hagen, l’avvocato e consigliere della famiglia Corleone, si rese memorabile anche in un cast pieno di divi come quello del Padrino. Duvall è morto a casa sua a Middleburg, in Virginia
Fonte Il Post
17 febbraio 2026
La verità è che ogni occasione è buona per citare Il Migliore, il film con Robert Redford tratto da un romanzo di Bernard Malamud che parla di baseball
e – come tutte le storie di baseball – di molto altro. E ogni volta che
uno lo vede capisce o nota delle altre cose (la prima volta, non capii
quasi niente di quello che era successo all’inizio, e mi piacque lo
stesso).
Due settimane fa, rivedendolo con l’occhio di quello che si occupa
assiduamente di cose di giornalisti, ho notato una specie di monologo di
Max Mercy, il vecchio e navigato cronista sportivo (nel libro – che ha
svolte assai diverse – questo scambio non c’era): poche battute che
ricordano come funzione quelle ancora più memorabili di un altro avversario di Robert Redford, nei Tre giorni del Condor.
Max Mercy lo interpreta Robert Duvall, ed è l’ennesimo esempio
cinematografico di giornalista cinico, bugiardo, corrotto e disposto a
tutto. E a quel punto del film – nei corridoi dello stadio, di fronte al
protagonista giocatore che disprezza i suoi modi e i suoi scopi – dice
una cosa, in cui sta tutta la condizione unica e imbattibile
dell’informazione sportiva o politica in generale (alla fine i
giornalisti vincono sempre, dicevamo qui), e anche dell’informazione peggiore, cinica, bugiarda, corrotta e disposta a tutto.
– Voi andate e venite, Hobbs. Andate e venite. Io sarò qui più a lungo di te o di chiunque altro qui dentro. Io sono qui per proteggere questo sport.
– Già, per conto di chi?
– E lo faccio costruendo o demolendo tipi come te.
– Hai mai giocato a baseball, Max?
– No, mai. Ma vedi, io lo rendo un po’ più divertente. E dopo di oggi, che tu esca un brocco o un eroe, mi avrai dato una grande storia. Ci vediamo in giro
Fonte Wittgeinstein
Fonte Il Post ( questo sito contribuisce audience Il Post )
Fonte foto Il Post
17 febbraio 2026
Manca poco al Natale 1990. Jonathan (Cusack) e Sara (Beckinsale) s’incontrano per caso a Manhattan mentre fanno shopping e, attratti l’uno dall’altra, trascorrono insieme una serata platonicamente magica, senza neanche sapere l’uno il nome dell’altra. E così si lasciano a fine serata. Senza alcuna possibilità di rintracciarsi, soltanto con un ricordo che resiste al tempo. Grazie al quale, negli anni, disseminano libri e banconote di indizi quasi come se entrambi desiderassero di rivedere l’altro materializzarsi davanti ai loro occhi per magia, o che qualcuno degli indizi arrivasse a destinazione. Così, nutrendone il desiderio ogni giorno, questo diventerà realtà, alla vigilia delle nozze di entrambi
15 febbraio 2026
Serendipity
Una felice coincidenza, una scoperta fortuita di qualcosa di buono che non si stava cercando
16 febbraio 2026

Nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, in Australia, in Canada e in altri paesi di lingua inglese, “I Love You” è il modo con cui si esprime l’affetto per una persona.
Quando si tratta di San Valentino, questi paesi celebrano il romanticismo il 14 febbraio di ogni anno, scambiandosi regali e uscendo per cene romantiche. I regali più popolari includono cioccolatini, cartoline, gioielli e fiori (solitamente rose).
Le rose sono state a lungo associate all’amore e al romanticismo, rendendole una scelta popolare per i regali di San Valentino. Si dice che la tradizione di regalare rose a San Valentino abbia avuto origine nell’antica Roma, dove le rose venivano utilizzate nelle celebrazioni religiose e secolari. La rosa rossa era particolarmente significativa, poiché si credeva simboleggiasse l’amore e il desiderio
14 febbraio 2026